Agroalimentare: per la Giunta Pelloni è ancora un settore su cui puntare?

Per intervenire su tema occorre partire da altri spunti e riflessioni. Un passo indietro.

E per fare ciò partiamo dal Rapporto regionale dell’Osservatorio agroalimentare dell’Emilia-Romagna, che è un importante strumento di lettura e di conoscenza di un settore fondamentale dell’economia regionale ed è un utile guida per le politiche degli enti locali.

Il rapporto esamina gli andamenti che caratterizzano l’agricoltura regionale, ed evidenzia la peculiarità del comparto, che, oltre a rilevanza economica, complessità dei vari ambiti, ha anche una valenza profondamente culturale e identitaria di un territorio. L’Emilia-Romagna è una delle regioni leader dell’agroalimentare sia per valore produttivo, che per numero di prodotti certificati e di aziende.

Il Rapporto ci dice che l’agroalimentare dell’Emilia-Romagna nel 2018 consolida la propria posizione, con quota 4,7 miliardi di euro (+0,4%) di valore della produzione agricola. Trend che si conferma dal 2015.

Si conferma, inoltre, il trend di crescita anche per l’industria alimentare (+0,5%).

Esaminando l’andamento dei principali settori produttivi, il vero motore propulsivo dell’economia agricola regionale sì è confermata ancora una volta la zootecnia (+5,8%); in particolare si consolida anno dopo anno la crescita del comparto latte, con prezzi in aumento di circa il 10%, trascinati al rialzo dal buon andamento di mercato del Parmigiano Reggiano.

Arretrano, invece, le produzioni vegetali, di grano duro (-15% circa) e barbabietola (-35%), così come la frutta invernale: mele (-22,4%), pere (-14,3%), kiwi (-37,7%)

Sono in ripresa: pesche (+35,7%) e nettarine (+25,4%). Ottima la vendemmia come qualità e quantità di vino e mosti prodotti (+35%).

L’export regionale delle produzioni agroalimentari ha registrato un aumento (+3,6 per cento), ben superiore alla media nazionale, con contributo decisivo dell’industria alimentare.

Tra le specialità “made in Emilia-Romagna” che tirano di più sui mercati esteri spiccano in ordine di importanza le carni lavorate e trasformate (circa 1.260 milioni di euro), i prodotti lattiero-caseari (803 milioni), quelli da forno e i farinacei (622,5), frutta e ortaggi lavorati (576 milioni) e frutta fresca (510 milioni di euro).

La Germania si conferma il principale mercato di esportazione per le nostre eccellenze agroalimentari, con una quota del 18,45%, seguita da Francia (14,11%), Regno Unito (7,43%) e Usa (7,06%). Nell’insieme i 28 Paesi aderenti all’Unione europea hanno assorbito nel 2018 l’81,3% dell’export regionale. 

La provincia dell’Emilia-Romagna che svetta su tutte le altre per vocazione all’export è sempre Parma, per un controvalore di 1,58 miliardi di euro, seguita da Modena (quasi 1,4 miliardi), Ravenna (720 milioni), Reggio Emilia (625 milioni), Bologna (circa 600), Forlì-Cesena (oltre 560), Piacenza (circa 420), Ferrara (oltre 390) e Rimini oltre 220 milioni).       

Assestata sulle 70mila unità l’occupazione nei campi e aumenta la presenza delle donne tra i lavoratori autonomi.  

In questo contesto come si colloca il nostro territorio? Purtroppo dati numerici e percentuali non si conoscono (e non sarebbe inutile se l’Amministrazione potesse metterli a disposizione, se conosciuti).

Si sa, però, che Vignola e i Comuni contermini rappresentano una delle realtà di punta dell’agroalimentare emiliano-romagnolo grazie alla presenza di numerosi prodotti DOP e IGP universalmente riconosciuti, alla attrattività di un territorio nel quale una agricoltura di alta qualità convive con alcune dei più importanti ed iconiche realtà industriali a livello mondiale,  grande capacità imprenditoriale rafforzata da una fortissima propensione all’innovazione,  forte tradizione associativa che ha consentito la nascita e la crescita di distretti produttivi in grado di supplire alle ridotte dimensioni delle imprese.

I principali settori agroalimentari del territorio sono i seguenti:   

  1. Frutticolo che, grazie al notevolissimo impegno dei produttori associati fortemente sostenuto dalle istituzioni locali e regionali è stato in grado di superare la crisi della cerasicoltura tradizionale ridisegnando completamente la coltura che oggi è nuovamente riconosciuta a livello nazionale ed internazionale anche grazie al marchio IGP “Ciliegia di Vignola”.  Questa situazione ha trainato anche altre colture, in particolare albicocche e susine.
  2. Vitivinicolo che ha conosciuto dalla fine degli anni ’80 del secolo scorso una fase di grande sviluppo che, anche in questo caso, è stata innescata dalle significative innovazioni che hanno caratterizzato l’intera filiera produttiva.
  3. Lattiero-caseario che sta beneficiando della favorevole situazione del mercato Parmigiano Reggiano DOP che, dopo la grave crisi, ha avviato una fase di forte sviluppo e che, attualmente, viene stabilmente scambiato su valori particolarmente interessanti

Questa situazione è riconducibile a diversi aspetti quali:

  • piano di controllo delle produzioni definito dal Consorzio di tutela;
  • politica di qualificazione e segmentazione della produzione avviata da diverse realtà commerciali con l’obiettivo di attrarre nuove fasce di consumatori evoluti;
  • grande impegno per conquistare mercati esteri che, come si evince dai dati del rapporto 2018 ISMEA – Qualivita sui prodotti DOP e IGP, hanno assorbito circa il 40% della produzione compensando il calo di un mercato domestico ormai maturo ed ancora soggetto agli effetti della crisi economica.
  • Lavorazione delle carni e produzione di derivati attualmente caratterizzato da gravi problematiche.

L’evoluzione della realtà agroalimentare vignolese ha comunque rappresentato che situazioni particolarmente problematiche possono essere superate.

Perché tutta questa premessa? Perché in questo scenario, non negativo, risulta prioritario e importante sostenere il settore e gli operatori della filiera agroalimentare, anche con specifici interventi e servizi.

Il nostro territorio è fortemente a vocazione agroalimentare, con predominanza del comparto ortofrutta ed in particolare delle colture cereasicole. Se questo è, bisogna che le politiche indirizzino lo sviluppo di sinergie utili alla produzione, alla promozione e alla commercializzazione dei prodotti agroalimentari tipici e di qualità.

Scelte come quella discussa e approvata durante l’ultimo consiglio comunale, che ha visto la maggioranza approvare una variante al PRG che riduce i vincoli a destinazione agroalimentare di terreni inseriti in contesti di area omogenea, vanno in direzione opposta.

Il solo richiamo alla norma regionale n. 24 del 21/12/2017, “Disciplina regionale sulla tutela l’uso del territorio”, e in particolare la valutazione, fatta con gli strumenti urbanistici ad oggi a  disposizione, di favorire interventi di qualificazione di aree già urbanizzate o completamento di interventi avviati ma non completati, in un’ottica di rigenerazione dei territori urbanizzati e di miglioramento della qualità urbana ed edilizia non è sufficiente a motivare una variante come quella in discussione.

Parlare di congruità e di coerenza del modello di sviluppo urbano con le scelte di pianificazione territoriale vuole dire avere una idea di sviluppo del territorio e di ambiti produttivi generatori di economia positiva che non può orientarsi e disorientarsi a seconda delle contingenti situazioni e condizioni. Occorre che su scelte così penetranti e condizionanti (non si dica che è solo un pezzo di terreno!!) ci sia una conoscenza e diffusione di informazioni utile a chi deve operare le scelte (noi qui oggi) e per gli operatori e le associazioni di categoria.

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