Dopo Barcellona: l’esigenza della sicurezza, il rispetto della nostra umanità

Barcellona, Spagna. E poi Turku, Finlandia. Dopo le stragi che hanno macchiato di sangue questa calda estate europea, anche noi avremmo voluto unirci al coro di voci che in modo cadenzato, come se fosse un mantra, sul luogo teatro della strage, ripeteva: “Io non ho paura”.

Pensiamo di interpretare il pensiero di molti nell’affermare che, invece, noi abbiamo paura. Non è vigliaccheria, e non dobbiamo nascondercelo: l’attentato di Barcellona si aggiunge a una serie di eventi tragici che mettono in discussione le nostre certezze, anche quelle quotidiane, e che ci costringono a fare i conti con un destino che non avevamo previsto o che non era prevedibile fino a qualche anno fa.

Mentre condividiamo, in modo autentico e senza retorica, il dolore e lo sgomento generale per quanto accaduto, viene spontaneo provare rabbia, oltre che per il fatto in sé, per le modalità prescelte per portare a compimento il disegno di morte. Le analogie con i fatti di Nizza e Berlino ci fanno allontanare dalla dimensione di spettatori, costringendoci a immedesimarci in chi avrebbe potuto trovarsi lì in quei momenti.

Benché faticoso, è però necessario resistere alla tentazione di entrare a far parte della schiera di coloro che in queste ore fanno proprio il pensiero di Oriana Fallaci, estrapolandolo peraltro dal contesto dove è stato elaborato, perché questo ci assolverebbe dal dovere morale di pervenire a una riflessione più profonda, che ci ponga di fronte alle nostre più intime contraddizioni.

Da un lato, l’esigenza di sicurezza, che possa assicurare a tutti noi la possibilità di vivere serenamente e in pace nelle nostre città, senza il timore di incontrare la morte da un momento all’altro, a causa del gesto di qualche folle fondamentalista. Dall’altro, però, anche il bisogno di pervenire a soluzioni più durature, più strutturali, perché se il terrorismo islamista vuole distruggere il nostro stile di vita, dobbiamo mostrare come esso sia ancora desiderabile, ancora capace di includere anziché escludere, ancora in grado di indicare nella libertà, nella giustizia e nell’uguaglianza valori fondamentali a cui appellarsi per costruire una società migliore, e non vuoti slogan retorici.

Così, mentre ci interroghiamo se e come sia ancora possibile arrestare questa spirale di violenza, che ci fa sentire fragili e impotenti, e assistiamo a improbabili soluzioni che tenderebbero a colpire il tutto per una parte, a erigere barriere e muri per impedire invasioni e contaminazioni etniche, non perdiamo di vista quel poco che ognuno di noi potrebbe fare e pretendere dall’altro, chiunque esso sia: il rispetto dell’essere umano e delle regole universali che garantiscono una civile convivenza.

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