ALLARME, SIAM FASCISTI?

Nel Paese dilaga un’onda nera, una nostalgia del Ventennio fatta di revisionismo, commemorazioni, paccottiglia, simbolismo e violenza, ma che sta assumendo sempre più una dimensione politica e istituzionale. Non servirà una legge a fermarla, ma può essere un primo passo. Anche le comunità locali possono fare molto, ma occorre volerlo: cosa che non sembra interessare la maggioranza al governo di Vignola.

Sgombriamo subito il campo da possibili critiche o fraintendimenti: nessuno pensa che i fascisti siedano nelle istituzioni di Vignola, e a essere onesti non sembra che esistano, sul territorio, organizzazioni che si richiamino esplicitamente alla galassia neofascista. Per intenderci, non ci sono sedi di CasaPound, Lealtà-Azione, Forza Nuova o quant’altro. Potremmo affermare che Vignola, con il suo passato antifascista, con l’attenzione che le amministrazioni precedenti hanno sempre riservato alla storia della Resistenza e l’impegno a ricordare gli episodi tragici della seconda guerra mondiale che ci hanno coinvolti (Pratomaggiore e Villa Martuzzi), hanno contribuito a comporre un tessuto civile e sociale che ci ha resi immuni da certi pericoli. Finora.

Non può già essere stato dimenticato quanto accaduto un anno e mezzo fa proprio qui, a Vignola e Modena: la sera dell’Epifania alcuni ragazzini vengono fermati e minacciati da quattro persone straniere, che li terrorizzano con una finta pistola domandandogli «Credete in Dio o in Allah?». L’episodio, increscioso, sicuramente grave, diviene però il pretesto per alzare il livello della tensione e speculare sulla paura della popolazione: e così, prima, la Lega mette in piedi un corteo a Vignola (organizzato dall’attuale presidente del Consiglio comunale, e a cui non può certo mancare l’attuale sindaco); poi, Forza Nuova, organizza una manifestazione a Modena contro il «bullismo islamico», al grido di «Modena non sarà Colonia!». Al presidio antifascista convocato al sacrario della Ghirlandina, sabato 16 gennaio, non era presente alcun esponente dell’attuale maggioranza.


Certo, un evento marginale (?) rispetto a quanto sta accadendo da alcuni mesi a questa parte in tutta la penisola: scorrendo le cronache si rimane allibiti dall’emergere di una violenza nera che sembrava relegata ai margini della vita politica e sociale italiana, e che invece si sta riproponendo con forza, reclamando il suo protagonismo. A titolo di esempio (assolutamente non esaustivo): nel giorno del 25° anniversario della strage di via D’Amelio, l’estrema destra protesta a Latina contro la decisione del sindaco di cambiare il nome del Parco «Arnaldo Mussolini», fratello del Duce, in «Falcone e Borsellino». Il 19 luglio, alla presenza della presidente della Camera Laura Boldrini, un folto numero di militanti di CasaPound, Forza Nuova e Fratelli d’Italia è sceso in piazza contro la nuova intitolazione. Tra fischi e braccia tese. Il 30 giugno, mentre il neosindaco di Genova Marco Bucci dichiarava «Casapound ha diritto ad aprire una sede», a Tor Bella Monaca un 52enne bengalese veniva picchiato da quattro ragazzi italiani perché destinatario di una casa popolare. Ancora, saluti romani e croci celtiche il 25 aprile al cimitero Maggiore di Milano: l’ultradestra commemora i caduti della Repubblica di Salò, beffando la Prefettura che aveva proibito la manifestazione. E via così, tacendo delle minacce e aggressioni quotidiane di cui sono vittime associazioni o singoli cittadini.

Cosa fare di fronte a tutto questo? Un primo passo può essere quello di mettere un punto fermo all’orgogliosa esibizione di gesti e simboli fascisti, così come al commercio, online e offline, di souvenir e gadget del Ventennio. È quello che tenta di fare il disegno d legge presentato nel 2015 dal deputato Emanuele Fiano: partendo da quanto afferma la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione (che vieta «la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista»), e sulla scorta delle leggi Scelba e Mancino, che puniscono l’apologia del fascismo e chi propagandi idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, la proposta mira a introdurre nel codice penale una nuova fattispecie relativa al reato di propaganda del regime fascista e nazifascista, proposta motivata dall’insufficienza degli strumenti apprestati dal legislatore per la repressione di tali comportamenti individuali di propaganda; infatti la proposta di legge – si legge nella relazione illustrativa – ha l’obiettivo «di delineare una nuova fattispecie che consenta di colpire solo alcune condotte che individualmente considerate sfuggono alle normative vigenti»: segnatamente, nella propaganda di immagini o contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco ovvero delle relative ideologie, anche solo mediante la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni che raffigurino persone, immagini o simboli chiaramente riferiti a tali partiti o ideologie, e nel richiamare pubblicamente la simbologia o la gestualità del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco ovvero delle relative ideologie (costituisce aggravante del delitto di cui all’art. 293-bis la propaganda del regime fascista e nazifascista commessa attraverso strumenti telematici o informatici).

Il deputato del Partito Democratico Emanuele Fiano, primo firmatario della proposta di legge contro la propaganda fascista

Il che, ripetiamo, è un primo passo, ma insufficiente. Però rappresenta un richiamo anche per la politica locale, un segnale d’allarme, un invito a non abbassare la guardia e a rimanere sempre vigili di fronte a certe manifestazioni ed espressioni. Per questo il gruppo PD ha presentato in consiglio comunale una mozione a sostegno della proposta di legge Fiano; ma non si è fermato lì: considerato che lo statuto del Comune di Vignola annovera tra i suoi principi fondamentali «la difesa e il consolidamento dei valori di libertà, uguaglianza e pari dignità sociale, pace e solidarietà» (valori di stampo decisamente repubblicano e antifascista), e ritenuto che è necessaria un’azione attenta e continua dell’amministrazione per non disperdere quei valori, mediante una continua opera di educazione civile e culturale, si chiedeva al sindaco e al consiglio comunale di «potenziare le azioni già in essere di educazione civile e culturale, in collaborazione con le scuole e le associazioni del territorio, ai temi della Resistenza e della Costituzione», così come di «assumere ogni ulteriore atto che si rendesse necessario per la prevenzione di episodi e manifestazioni di stampo fascista sul territorio comunale». Come si vede, un impegno concreto anche sul nostro territorio.


Come ha reagito la maggioranza la sera del 26 luglio, durante la discussione del punto? Scompostamente, e in ordine sparso: la consigliera di Vignola per tutti Claudia Grandi ha accusato il gruppo PD di essere strumentale («Siamo di destra, volete vedere se votiamo questa roba qui»: peccato che in questo modo l’equazione destra-fascismo l’abbia introdotta lei, non il PD); il capogruppo della Lega Nord, Enrico Valmori, si è dichiarato sicuro «che non corriamo il rischio di veder tornare il fascismo in Italia, quindi questa mozione è inutile» (evidentemente non è molto aggiornato sulle ultime cronache); il sindaco Pelloni si è attaccato ai cavilli giuridici, e ha assunto la linea di non appoggiare mozioni o proposte di ordine generale o ideologico (si vede che non ha letto bene il testo, soprattutto laddove chiedeva impegni precisi e concreti all’amministrazione, tutti di livello comunale). Insomma, per farla breve non l’hanno votata. Cosa grave, perché quantomeno sottolinea superficialità e conformismo nei confronti di chi grida che i problemi dell’Italia «sono ben altri». Invece, occorrerebbe attenzione nei confronti di quei principi e valori che contribuiscono a mantenere coesa una società sempre più lacerata: in questo modo, anche se innocentemente, non si fa altro che soffiare su un fuoco sempre più minaccioso, per l’Italia e l’Europa.

 

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